INTERVISTA A B.A.

APRI IN UN’ALTRA PAGINA

 

A Saluzzo sono tanti i ragazzi che abbiamo incontrato e che ci sono passati davanti.

Uno di questi ci ha dato appuntamento alla stazione, alla fine del suo turno lavorativo.

Deve tornare a Ceresole d’Alba, dove ormai dimora fisso dal 2016. Lui è un ragazzo di cui teniamo nascosta l’identità perché così ci ha chiesto, ma che con noi ha parlato tanto e più di una volta, a distanza di mesi.

In questo tempo la sua situazione si è evoluta, ma rimane lontana, lontanissima dalla risoluzione.

Parlando, scopriamo che il nome con cui lo abbiamo contattato in realtà è sbagliato. All’arrivo in Italia lo avevano trascritto erroneamente e solo da poco è finalmente riuscito a farlo correggere anche sui documenti che possiede.

Quei pochi che possiede.

Già, documenti. È proprio questo il pensiero fisso, come per altri ragazzi.

Partito dalla Guinea, è arrivato in Italia quattro anni fa dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone preso in Libia. Approda a Catania e viene trasferito a Taranto per due settimane. Successivamente, si sposta a Castelnuovo di Porto, nella città metropolitana di Roma. Infine, l’ultimo trasferimento è a Ceresole d’Alba, in Piemonte.

Qui, per otto mesi pratica del volontariato e poi si iscrive a scuola. Tutto per ottenere un permesso di soggiorno, anche temporaneo, e iniziare a crearsi una possibilità. Conquista la certificazione A2 della lingua italiana, ma non basta.

Non riesce ancora a ricevere quanto desidera. L’unico documento in suo possesso è un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi rinnovabile per richiesta di asilo che lo autorizza al soggiorno fino al termine della procedura.

Grazie ad esso nel 2018 inizia a lavorare a Ceresole d’Alba e trova un capo che, afferma, si rivela una brava persona. Gli insegna la potatura, mestiere che, come dice lui, non tutti riescono a fare e per questo è contento.

A novembre 2019, la prima volta che l’abbiamo incontrato, è andato in commissione dove, però, riceve una decisione negativa. Per presentare ricorso contatta un’avvocatessa di Torino, ottiene il suo numero attraverso delle conoscenze. Lei si era già occupata di casi simili ed è solita aiutare in queste situazioni. Un nuovo macigno getta il ragazzo in una frustrazione che comincia a farlo vacillare: la data per l’udienza davanti al Tribunale viene fissata per il 2023.

A questo punto il ragazzo avverte un principio di rassegnazione, che, certamente, non aiuta. Nel frattempo gli rinnovano il permesso per altro tempo.

Cerchiamo di fargli capire che in fondo lui sta vivendo una situazione migliore rispetto ad altri e che deve coltivare la speranza di farcela.

Nel tempo che ha a disposizione, se continua a percorrere la strada virtuosa che ha intrapreso, ha la possibilità che il Tribunale gli riconosca una protezione umanitaria, ovvero un permesso di soggiorno di due anni.

È difficile farglielo recepire perché, giustamente, lui vive tutti i giorni queste complicazioni e sa bene a cosa va incontro.

La sua situazione presente non gli consente di fare piani a lungo termine, non gli è possibile andare a vivere per conto suo, per esempio. Quando va in questura da solo non viene ascoltato, ripete più volte che non viene considerato a meno che non sia accompagnato dal legale. Anche in commissione, percepisce interesse ma il risultato è sempre il medesimo. Niente permesso.

«Siamo stranieri qua, io da solo non posso fare niente. Non ho mai creato problemi, mai stato catturato, mai usato erba».

Pensa che se dopo quattro anni non ha ancora avuto niente, sarà difficile che potrà avere qualcosa da adesso.

Gli spieghiamo che non deve abbattersi, che rispetto a qualche mese prima la sua situazione è migliorata, ma la delusione in lui è forte.

Fatica a pensare di dover aspettare ancora anni, è stanco. Dice che chi si comporta bene non riceve di più di chi invece spaccia e resta qui.

«Voi mangiate quello che produciamo noi», è una delle sue ultime frasi nella nostra chiacchierata.

«Continua su questa strada – gli diciamo – è la strada giusta».

 

Scritto da Andrea M. e Roberto C.